Gianluca Marziani per "Condominio"

Quadri in forma di cubo, opere come finestre 20x20, aperture seriali su un ideale meta-condominio che lascia scoprire la vita “domestica” dei suoi abitanti speciali. Abbiati ha raccolto immagini legate al divertimento, ai concorsi di bellezza, alla realtà dei cosplayer, ai party in piscina… le ha poi trasformate e metabolizzate nei modi processuali che lo contraddistinguono, agendo per passaggi connessi, secondo metodi di stratificazione che decretano la tensione organica dei soggetti, la biologia interna delle scene, dove tutto sembra in lenta consumazione come cellule verso il loro destino. Legno, tempera, plexiglas dipinto ma anche elementi in cartapesta per alimentare una figurazione tra memoria e aspettativa, evanescenza e impronta profonda. Abbiati conferma a Spoleto le raffinatezze concettuali del suo voyeurismo pittorico, un viaggio di modulazioni sensibili dei toni cromatici e dei temi intrapresi, sul limbo metodico tra carne e spirito, materia e codice teorico. Un percorso che indaga memorie pubbliche e private, abitudini popolari e idolatrie, su quel bilico articolato tra echi letterari e impianto filosofico.L’arte di Abbiati sta crescendo a una velocità biologica che ricorda i processi chimici, quel loro mescolarsi indefesso e accelerato che elabora risultati prevedibili e al contempo inaspettati. Disegno e colore si fondono in una matrice mineralizzata, simile alla morbidezza gelatinosa del vetro in lavorazione. La forma che noi vediamo, per capirci, è il risultato del processo interiore, lo specchio di una progressione tra stadi della materia e passaggi del pensiero teorico.”

 

 

Gianluca Marziani per "Mineralizzazioni" (Superstudio più, Milano, 2010)

La mineralizzazione, più volte nominata nel mastodontico “Canti del Caos” (Einaudi) di Antonio Moresco, esprime il vibrare catalizzante delle forme, il dinamismo interno dei microcosmi, la vitalità complessa che scorre sotto la superficie del reale. Assume un valore filosofico che abbraccia la natura naturans ed espande la figura umana oltre il suo status apparente, fuori dal limite epidermico, inglobando la biologia nelle dinamiche dell’universo inquieto. Non è semplice dare forma ad un concetto così aperto e mentale, renderlo percorribile coi mezzi prosaici del quotidiano. In maniera visiva tocca agli artisti tentare il viaggio al centro del linguaggio, costruire la superficie più consona che plasmi l’apoteosi oltre le lettere. Stefano Abbiati ci prova con passaggi complessi sotto il puro dipingere, alimentando quel mineralizzarsi che da matrice chimica si trasforma in atto morale, quasi a ribadire la complessità metastorica della pittura e della stessa umanità che crea (l’opera) e viene ricreata (come soggetto dell’opera).
G. Marz.
La scansione espositiva è la stessa che definisce l’andamento della tragedia classica. Un ritmo sincronico dove le opere diventano cicli tra passaggi narrativi e metafore, articolazioni figurative e tensione concettuale, deformazione e sintesi. Vi chiederete, come mai legare mineralizzazione e tragedia classica? Perché entrambe hanno una vitalità esteriore e una gigantesca battaglia sotto l’estetica del visibile; perché agiscono oltre la misura umana del tempo e dello spazio solitamente percepiti; perché la natura (mineralizzazione) e il sapere (tragedia come archetipo della specularità tra arte e vita) sono ossigeno e sangue dell’umana specie.
G. Marz.

Prologo: Fetus 
Opere sul tema dei feti, visti dall’artista come precondizione della crescita evolutiva, fase chimica che delinea la natura organica della nostra complessità adulta. Il feto quale primo segno dell’immagine, partenogenesi ideale della pittura autogenerativa.
G. Marz.

Primo Episodio: Infanzia  
Opere sul tema dei bambini, cuore pulsante della Storia, sintesi ultima del contrasto tra corpo e livelli interiori. É qui che la mineralizzazione elabora un archetipo decisivo, codificando la purezza complessa che solo nell’infanzia rende il senso di una formazione in atto.
G. Marz.
 
Stasimo
La pittura come corpo regale del conflitto etico, luogo di stallo e verifica incerta, spazio di derive tecnologiche e flussi primordiali. Ci sono sia le radici del primo segno nella caverna che il flusso invisibile delle connessioni sinaptiche: in mezzo scorre il mercurio pittorico che attraversa epoche e mentalità, poteri e disastri, vibrazioni e lampi d’illuminazione sociale.
G. Marz


Secondo Episodio: MetaCirkus 
Qui l’artista riprende vecchie immagini di spettacoli circensi, rielaborate in una versione noir che amplifica le atmosfere drammaturgiche della rappresentazione. Visioni postsurreali che toccano l’ambiguità dell'apparenza, il doppio necessario, la zona d'ombra che compatta le fasi narrative tra umano e mentale.
G. Marz.

Stasimo
Bene e male nel loro canonico gioco di opposti dialoganti, lungo intrecci mai banali con letteratura e cinema, teatro e filosofia. Le opere stratificano memorie lungo gli stessi perimetri, invecchiano biologicamente nella loro immobilità statica. Accumulano dati ma la loro consumazione si autorigenera dall’interno, evitando il limite involutivo di chi intravede la fine.
G. Marz.

Esodo: Fissione Organica  
Si conclude il viaggio tra figure angeliche e demoniache in libertà non vigilata. Corpi estremi che identificano il punto di chiusura del cerchio narrativo: prima una condizione fetale di metaforico sonno incosciente (Fetus), poi uno stato di coscienza dinamica (Infanzia), quindi una condizione di sonno cosciente (MetaCirkus), fino al fatidico atto finale che porta alla trasformazione definitiva (Fissione Organica) e davvero “rivoluzionaria”.



Alberto Mugnaini


Dietro ai dipinti di Stefano Abbiati c’è un’apertura culturale che lo porta a spaziare dai miti classici alle idolatrie contemporanee, e che gli concede l’agio di isolare e sviluppare motivi e iconografie che mettono a nudo una vulnerabilità originaria dell’individuo, soggetto e depositario di un pathos le cui radici affondano in una dimensione immemoriale. Il suo è un incedere nei territori del grottesco, su una scena tragicomica calata in uno stato di regressione esistenziale, in un clima di degenerazione in cui si solidificano fantasmi dell’inconscio e affiorano lineamenti dispersi e confusi negli annuari della storia dell’arte.  
Una pittura allo stato grezzo, gestuale, graffiata e sciabolata, fornisce l’incubazione a uno sfondo senza orizzonte: teatro di energia primaria, di tempeste magnetiche, di scariche elettrizzanti. E poi, su questo caos informe, ecco profilarsi corpi e volti modulati secondo una disciplina di esecuzione da ricettario rinascimentale: prima disegnati, poi sostanziati da velature di colore, quindi ancora rimpolpati  e variamente scarnificati e scarmigliati. Tutta una carne ghignante, macerata, sfigurata in grinte furbesche, in digrignamenti ferini, in bronci sofferti. C’è in Abbiati un’ansia di penetrazione fisiognomica che lo porta a lavorare senza tregua i connotati di un’umanità ebbra o patetica, sardonica o delirante.
In questi affondi negli scomparti fantasmatici della memoria egli finisce per rintracciare una metafora o addirittura uno specchio della nostra attuale condizione antropologica, smascherata nelle sue tare ataviche, nei suoi risvolti irrazionali, bestiali e farseschi.

Luca Beatrice

Dialoghi tra comuni giullari (2009)

Dopo aver tanto giurato e predetto l’epilogo della pittura, è possibile e dimostrabile riconoscere, proprio sulle ceneri di una fine auspicata, alcuni momenti illuminati da una volontà espressiva che asseconda il mezzo eludendo scontati anacronismi.

La pittura non solo resiste, ma regala scenari inaspettatamente nuovi, nient’affatto qualificabili nella categoria del “già visto” perché desunti in piena consapevolezza di virtù oggi più che mai necessarie. Vizi oltre che virtù, che risiedono nella seduzione e nella “gentile concessione” lasciata al pittore di tradurre, manipolandola a proprio piacimento, la documentazione del presente.

In alcuni casi, la linea di demarcazione tra “il ritorno alle origini” del gesto pittorico e l’utilizzo di tecnologie contemporanee è stata labile, e queste ultime sono andate spesso in aiuto alle prime (soffocandole più che aiutandole). La fotografia, soprattutto nella versione digitale, si è dimostrata amica infedele della pittura, complice della sua stessa prevaricazione. Nel tentativo di soccorrerla ha finito per assecondare un modo di fare pittura un po’ asettico e rigidamente estetizzante, che ha congelato la mìmesis rappresentativa nell’iperrealismo degli anni novanta, oggi francamente superato, così attanagliati dall’onnipresenza pubblicitaria che ha oberato la figurazione del reale. 

Un po’ intimoriti forse dalla lunga lezione-azione duchampiana, i giovani artisti hanno temuto di disonorare una deontologia inconscia - ma imposta - e hanno lasciato che il loro dna neo-globalizzato si ricodificasse in maniera direttamente proporzionale ai nuovi codici digitali e virtuali, che hanno provocato l’isterica l’horror vacui di nuovo millennio.

Liberatasi dal senso di colpa, la pittura ha teso però le redini ridefinendosi come medium scevro della necessità di operare in termini di pura rappresentazione: non è la più figurazione dell’immagine - estetizzante e licenziata ormai dai tempi del sublime - semmai la figurazione di contenuti.

Colpisce vedere come le nuove generazioni, gli artisti visivi, nel senso più ampio del termine, ma anche scrittori, musicisti, videomakers e cineasti, vogliano rivoltare completamente la semantica dei rispettivi linguaggi, avanzando con soluzioni formali che guardano attentamente al senso e manipolano coscientemente un bagaglio fatto più di contenuto che di tecnica, dove il primo è il contrappunto culturale della propria identità e natura.

Una pittura quindi che si propone come viatico contro la globalizzazione uniformante e che addita alla conformazione di generi e stili. 

Stefano Abbiati guarda alle proprie radici culturali, in nome del Genius Loci teorizzato da Achille Bonito Oliva, ma siamo ben lontani dal clima della Transavanguardia anni ottanta. Il postmoderno ha contribuito a distruggere l’aurea sacrale che permeava il gesto pittorico, eliminando tutti i preconcetti insiti nell’antica arte, lasciando un sentore di naturale genuinità e freschezza.

Il Genius Loci, secondo ABO, rivendica che “un carattere di affinità esiste nella considerazione dell’arte come espressione di identità particolare, legata al tessuto finanche geografico in cui opera. Tale carattere, regionale e nazionale, si afferma mediante l’uso di una sensibilità che cerca nel proprio territorio le radici antropologiche”. I giovani pittori contemporanei non reclamano tuttavia questo tipo di appartenenza. Non si tratta esclusivamente di riposizionare i valori locali o di sovvertire una globalizzazione ormai compiuta. La generazione italiana che si affaccia oggi alla pittura e all’arte ha definitivamente rotto la dicotomia tra provinciale e globale. 

“Tu parli la lingua d’un paese dove ognuno ormai vuole valorizzare il proprio fiato perso e tempo perso, questi doni della vanità, per farne segni d’una esistenza significativa piena di valore. Dunque tutt’intorno a te troverai emblemi della vanità in guerra con altre vanità: dove ognuno, ad ogni parola, teme che il fiato altrui possa venir valorizzato più del suo, a suo scapito, ed è

perciò  sospettosissimo.”

Gianni Celati, “Parlamenti buffi” 

Stefano Abbiati conosce bene le sue origini, e lo si avverte dai chiari rimandi filologici a scrittori suoi conterranei (Celati, Cavazzoni, Guerra). La matrice letteraria suggerisce magnetismi immaginifici dell’universo surreale: temi d’attualità politica e storica fluttuano in uno spazio indefinito, in bilico tra figurazione fantastica e coscienza socio-culturale.

Alla maniera dell’Art Brut – spogliata della sua critica militante agli accademismi formali – i quadri di Abbiati ironizzano senza giudicare. Acidi e sintetici, i diavoli e i buffoni sono sovrapposti ai volti di ben noti e riconoscibili personaggi – Fidel Castro, Maradona, un parlamentare della Lega Nord – a quelli di soggetti assolutamente anonimi.

L’immagine, non rispettando il fine mimetico, non è più un luogo di rivelazioni, ma di identificazioni fantastiche che evocano o rilasciano significati altri. Il rappresentabile è solo il medium per veicolare risonanze e dissonanze con la propria memoria storica.

Le tele del giovane artista – classe 1979 - sono fortemente coordinate da una ispirazione onirica e suggestiva che sfuma in un non-realismo iconico, dove è permesso smussare i contorni fino a cancellarli. Coesistono nei suoi soggetti messaggi e codici derivati dal medioevo fantastico ed esotico così come dalla cultura contemporanea meticciata e cosmopolita, in un risultato che è coerente a se stesso per la capacità di prendersi gioco del quotidiano – deridendolo con sarcasmo. 

“In Bosch i grilli sono numerosissimi e prendono tutte le forme: il grillo-uccello, il grillo-insetto con una faccia umana sul torace, … visi doppi, personaggi con un naso sul dorso, acefali, teste con gambe … Non sono più le nobili maschere greco-romane e neanche le grottesche figure … dei codici, si tratta invece di veri ritratti”

Jurgis Baltrusaitis, “Il medioevo fantastico” 

Il medioevo è tradotto come parodia dell’eroe del presente. I personaggi di Abbiati non dialogano tra loro ma impostano monologhi svogliatamente mimati e l’artista si fa giudice assente di una verità celata nella quotidianità del racconto di miti antichi.

Le storie si inventano, intrecciano e alternano personaggi dalle morfologie confuse, umanoidi senza anima, il cui disagio mal celato si fa estensione corporea che modifica le forme. Accadeva già con i ciuchini compari di Pinocchio, che spaventavano generazioni di bambini dal divertimento facile. La letteratura porta con sé un fantomatico album di ritratti, personaggi irreali che sfilano nell’immaginario collettivo.

Gli eroi di oggi sono i manichini di un carnevale atemporale. Giullari più che eroi.  I mostri li lasciamo al medioevo, che ancora i mostri, quelli veri, non li conosceva e si limitava a inventarli.

La nostra è una sfilata di creature al limite tra coscienza e istinto, immaginazione e immaginario costituito.

Raccontare personaggi inventati e costruire attorno a essi è un piacere antico. E’ la diretta rielaborazione onirica di menti che interpretano nel sogno – o nell’incubo – la trasfigurazione del reale.

I giullari sauriani di Abbiati non fanno chiasso, soffrono semmai nella nuova pelle che sono costretti a portare come dannati danteschi. Soli, o accerchiati da cori asmatici di figure in bilico tra la fiaba e il grottesco, questi ominidi che tendono al bestiale – è la fisiognomica a trasfigurare le sembianze? – riflettono le incoerenze di idoli d’oggi, truffatori.

“Nei tratti del nostro volto è scolpito il ritratto della nostra anima” sosteneva il filosofo Thomas Browne nel VII secolo. Quelli di Abbiati sono basilischi inermi snaturati della loro natura terrificante: buffi semmai ma che, senza impaurire, impietosiscono per la loro impalpabile solitudine. Il loro travestimento li confina nell’incomunicabilità. La lezione è antica, è lo scontro dialettico della propria immagine riflessa e specchiata che rivela il silenzio dell’immagine osservante, parla ma non consente un dialogo.

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